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L’infanticidio – Aspetti psicodinamici in relazione al narcisismo materno

Dott.ssa Valeria Ria


Cosa conduce una donna, una specifica donna, ad uccidere il proprio bambino? la mia riflessione (derivata da uno specifico lavoro di tesi) tenta di rintracciare la risposta a questo quesito. Afferma Felicity De Zulueta in un suo lavoro relativo le origini della violenza, che l’origine della violenza è traumatica nel senso che ogni comportamento violento prende le mosse da due presupposti ricorrenti: un passato di abusi e/o di intense deprivazioni emotive nella storia primaria dell’aguzzino e una disumanizzazione della vittima che da questo passato si genera.

Se questo è vero per ogni comportamento violento, si può ritenere vero anche nel caso di una madre infanticida?Sandali Cinesi Renda Donna Renda Sandali Donna Cinesi Sandali Sandali Donna Cinesi Donna Cinesi Renda hrdCxBtoQs

Soprattutto il primo aspetto della genesi della violenza trova riscontro e conferma negli studi statistici e descrittivi concernenti il fenomeno ad opera di Nivoli e Merzagora Betsos. Questi due autori nei rispettivi lavori sottolineano come l’infanticidio raramente sia conseguenza di psicopatologia psichiatrica grave e soprattutto che effettivamente nel passato delle madri infanticide quasi sempre è possibile rintracciare un passato di relazioni primarie all’insegna dell’abuso e/o della deprivazione. Ma la prospettiva psicodinamica del lavoro non permetteva di considerare esaustivo il riscontro effettivo con il primo dato puramente descrittivo. Non esiste psichicamente un automatismo tra un passato di violenza subita e il futuro gesto violento e attivo che possa spiegare e dar ragione della disumanizzazione della vittima che la De Zulueta considera la conseguenza di questo passato e il presupposto dell’agito violento. Era quindi necessario comprendere da questo passato di violenze, se effettivamente la madre disumanizzi il bambino al momento dell’uccisione, e come eventualmente possa giungere a disumanizzarlo.

Il quesito a questo punto è diventato: cosa vede esattamente una madre quando uccide il proprio bambino? E come arriva a vederlo in quello specifico modo?

Dalla prospettiva psicodinamica sappiamo che l’esame di realtà carente, assente o distorto è il risultato di una adeguata struttura e funzionamento dell’io la cui formazione nel narcisismo affonda le radici, per questo l’infanticidio è stato connesso alla tematica del narcisismo materno. Percorrendo le vie teoriche sul narcisismo mi sono resa conto che questa dimensione risulta fondamentale non solo per l’individuo in formazione ma anche e soprattutto per le donne in gravidanza. Molti autori psicoanalitici di oggi e di ieri, ritengono infatti che all’atto della gravidanza la psiche materna sia predisposta ad un movimento regressivo che qualora sia affrontato in maniera adeguata è funzionale all’instaurarsi di una felice relazione madre-figlio alla nascita di quest’ultimo. Ma secondo autrici come ad esempio Adele Nunziante Cesaro e Fausta Ferraro, il presupposto grazie al quale la psiche materna può affrontare adeguatamente questo compito regressivo della gravidanza è una felice esperienza nella primitiva relazione fusiva. Questo aspetto risulta importante ai fini della mia analisi soprattutto se connesso alla teorizzazione winnicottiana secondo la quale è una felice relazione primaria il presupposto per la nascita, nel bambino, di un Io coeso ed integrato, all’insegna della continuità dell’esistenza.

Riflettendo su quanto appena affermato mi son trovata a chiedermi se nel caso di una madre infanticida, il cui passato abbiamo visto è caratterizzato da abusi e deprivazioni, questa coesione dell’Io possa essere data per scontata. Sempre riferendomi a Winnicott secondo il quale la presenza di urti eccessivi nella primaria relazione con la figura accudente può generare distorsioni dell’Io in risposta e come difesa da angosce impensabili che da questi urti si generano, mi son chiesta se nel caso delle madri infanticide ci troviamo al cospetto di un Io poco integrato che, alle prese con il movimento regressivo di gravidanza e parto, fallisce nel compito di regredire ed uscire dalla regressione. Seguendo Winnicott quest’idea non mi è parsa tanto improbabile, ma come la si poteva connettere con il dato descrittivo riportato soprattutto da Merzagora Betsos secondo il quale raramente l’uccisione di un figlio avviene a seguito di psicopatologia grave? Se non sia al cospetto di una palese scarsa integrazione ma prima dell’agito infanticida vediamo nella madre una storia di relativa normalità psichica, di che genere di distorsione dell’Io stiamo parlando? Sempre tenendo in considerazione la teoria winnicottiana, l’idea che ha preso corpo in me è che nel caso delle madri infanticide siamo al cospetto di un Falso sé, che sappiamo essere da un lato il risultato di urti ambientali eccessivi, dall’altro una struttura di personalità che se posta dinanzi a compiti psichici non eccessivamente gravosi, riesce comunque a mantenere un equilibrio, apparente e precario, ma pur sempre in equilibrio.

La gravidanza con la sua specificità, che come sottolineano Nunziante Cesaro e Ferraro è proprio quella di riproporre nel corpo e come dato di realtà la fusione e la separazione che sono i momenti fondamentali della vita primaria di ogni individuo, potrebbe essere un compito psichico eccessivamente troppo gravoso per una struttura dell’Io che ipotizziamo poco integrata. Poste queste premesse e queste riflessioni l’ipotesi che ha preso vita in me è appunto che forse un io scarsamente coeso, un Falso sé, alle prese con una nuova esperienza di fusione e di separazione reali e alle angosce ad essa collegata, rischia di non riuscire ad elaborare una nuova integrazione, seppur precaria, ma di restare invischiato in antichi fantasmi, restando imbrigliata in questo movimento regressivo, finendo soggetta a funzionamenti arcaici che producono modi particolari di vedere e vivere il reale, e il proprio bambino compreso, modi che potrebbero dar vita a quella disumanizzazione che la De Zulueda ipotizza alla base di ogni comportamento violento. Mi son chiesta a partire dalla fusione e alla separazione, le due tematiche che tornano prepotentemente in vita in gravidanza, quali potessero essere i modi specifici di vedere il figlio grazie ai quali una madre possa giungere a fargli qualsiasi cosa e partendo dalle teorie di autori come Winnicott, Grumberger, Gaddini e poi Mahler e Klein, ho provato a capire in via ipotetica in che maniera la madre infanticida avrebbe affrontato la regressione della gravidanza a seconda dell’abuso o deprivazione o carenza sperimentati nel passato.

L’ipotesi a cui sono giunta riflettendo sulle teorie di questi autori e al loro modo di intendere la fusione e la separazione, è che forse in base al suo passato relazionale inadeguato la madre infanticida potrebbe non riuscire a contattare il suo narcisismo, oppure restare imbrigliata nel desiderio fusivo o potrebbe non riuscire ad elaborare il lutto della separazione fisica dal proprio bambino prodotta nel parto. Questa ipotesi è stata importante perché in base al modo specifico di affrontare questo movimento regressivo ho potuto provare a capire quale modo di relazionarsi al reale e al bambino la madre potesse mettere in atto ed è emerso che forse in casi specifici la madre potrebbe non vedere proprio il bambino, o vederlo come estensione di sé ,o potrebbe vederlo come oggetto parziale. In tutti e tre i casi il bambino non verrebbe riconosciuto come una persona completa e distanziata con diritti e bisogni specifici. In tutti e tre i casi la madre potrà fare di tutto al proprio bambino, con varie motivazioni che hanno il sapore non di motivazioni reali ma potrebbero essere l’agito del contenuto fantasmatico relativo alle angosce che il suo Io carente è chiamato a gestire. Infatti seguendo soprattutto Gaddini e Winnicott, si può ipotizzare che laddove l’esperienza relazionale primaria abbia prodotto traumi in relazione alla tematica fusiva probabilmente la madre nel rifare la fusione della gestazione potrebbe reagire ad essa nelle maniere del passato quindi o rifiutando la fusione stessa e denegando gravidanza e parto o desiderando profondamente il permanere della fusione finendo per negare la separazione che giunge nel parto. In questi due casi abbiamo due modi diversi di relazione al reale che però possono motivare determinati modi di uccidere il bambino che risultano abbastanza specifici. Laddove la madre neghi la gravidanza è molto facile che negherà anche l’esistenza del proprio bambino vivendo in fantasia il prodotto del parto come un prodotto di scarto, come un rifiuto potendo gettarlo, nasconderlo, abbandonarlo senza alcun ruolo empatico per la sua esistenza o finendo per negarlo come partner relazionale e quindi non prodigandosi in cure adeguate, finendo per ucciderlo a seguito di un comportamento relazionale omissivo.

Nel caso invece della permanenza fantasmatica nella dimensione fusiva la negazione della separazione fisica dal bambino nel parto potrebbe condurre la madre a vivere in fantasia il bambino come ancora parte di se stessa attribuendo a lui ogni elemento attribuito al sé nel bene e nel male, esercitando su di lui un potere totalizzante alla stregua di un oggetto transizionale, e da qui possono discendere le uccisioni definite da Merzagora Betsos come uccisioni pietose o il suicidio allargato o ancora la sindrome di Munchausen per procura. Laddove invece, seguendo le teorie della Mahler e di Melanie Klein, il trauma relazionale sia legato maggiormente dall’esperienza di separazione e quindi in passato si sia insediato in una fase dello sviluppo in cui l’io è maggiormente integrato, allora forse, si potrà vedere sia la gravidanza sia la separazione fisiologica che sopraggiunge con il parto ma probabilmente il problema si configurerà nella gestione del lutto per la perduta dimensione fusiva in quanto la problematica fondamentale sarà quella di unificare i sentimenti di amore e di odio in un unico oggetto relazionale come avvenuto nel passato, in tal senso il bambino potrà essere riconosciuto come persona ma con una connotazione particolare, potrebbe essere riconosciuto come un oggetto parziale e quindi potrebbe essere vissuto alternativamente o come buono o come cattivo in tal caso l’uccisione potrebbe giungere quale uccisione dell’oggetto cattivo del passato o quale uccisione del’oggetto buono ma avido del passato quindi per invidia, o come difficoltà a tollerare sentimenti di frustrazione e di abbandono in quello che viene definito dagli autori contemporanei, il complesso di Medea. Questo in estrema sintesi il percorso del mio lavoro, percorso in ultima analisi affrontato per sottolineare ancora una volta come l’amore di una madre sia un processo complesso ed articolato il cui esito felice è auspicabile ma non assolutamente prevedibile.

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